February, 6th 2018
Dear Mutsumi,
I just had a not so pleasant meeting with the police. About it will be a report that I will send to the Court and to the Italian Embassy. I hope that the Court will consider it as a sign of your attitude to collaborate since your lawyer during the process left open the chance of a meeting.
It is still up my will to meet with Haruka. I am still around for a while. So I thought to pass tomorrow morning around 10. If I don't find anybody, I will pass around 18/19 in the evening. Let me know if it is ok for you.
I wait for an answer.
Bye.
Andrea
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REPORT DEL
POMERIGGIO 06/02/18
PREMESSA
Il giorno 2
febbraio, appena arrivato a Muikamachi ho informato via mail mia
moglie che desideravo vedere mia figlia e che ero in zona e ci sarei
rimasto quella serata, il giorno successivo e la domenica fino alle
16. Ho richiesto una risposta sul quando ci saremmo incontrati. La
risposta non è arrivata nemmeno nella mattinata del giorno
successivo sabato 3 febbraio.
Il giorno sabato 3
febbraio, quindi, nel primissimo pomeriggio, mi sono recato alla
abitazione dei genitori di mia moglie per provare a vedere mia
figlia. Ho suonato il campanello e mi ha risposto la madre di mia
moglie che poi ha chiamato fuori il marito per parlarci. Chiaramente
ho fatto capire che volevo vedere mia figlia Haruka e che sarei
tornato il giorno successivo se non me l’avessero fatta vedere. Il
marito mi ha detto che mi avrebbero fatto vedere la bambina lunedì
all’udienza, a Nagaoka, e di non venire la domenica. Ho così
rispettato la proposta.
Lunedì 5 febbraio
la bambina non si è vista. Verso la fine del dibattimento ho chiesto
al Giudice di vedere la bambina. Il Giudice si è rivolto
all’avvocato di mia moglie per sapere se era possibile avere un
incontro e lui ha risposto che sarebbe stato “difficile”.
A udienza finita ho
informato l’avvocato di mia moglie che sarei passato nel pomeriggio
di martedì 6 febbraio a vedere la bambina. Lui ha detto che non si
poteva perché hanno paura. Io ho detto che non ci può essere
nessuna paura visto che ho informato che passo e che hanno il tempo
di prepararsi. L’avvocato ha detto che avrebbero chiamato la
polizia, io ho detto che andava benissimo e che se non mi fosse stata
fatta vedere la bambina, io poi sarei tornato a casa (presente la
dottoressa Cometto).
I FATTI
Martedì, dopo
pranzo, verso le 13 mi sono recato a piedi alla abitazione di mia
moglie. Appena ho suonato il campanello, da una macchina grigia,
senza stemmi, parcheggiata molto vicino alla porta d’ingresso della
casa, sono usciti due poliziotti che mi hanno chiesto il nome e mi
hanno chiesto di seguirli. Ho chiesto il motivo e mi hanno detto che
era per parlare in sede dove c’era un traduttore visto che non
riuscivamo ad esprimerci reciprocamente, nel modo più assoluto.
Mi hanno alloggiato
in macchina e siamo partiti alla volta del dipartimento di polizia.
Arrivati in sede,
sono stato scortato anche da altri 2 poliziotti fino all’ingresso.
Mi hanno fatto salire delle scale portato in una saletta dove ci ha
raggiunto la traduttrice.
In breve,
inizialmente mi hanno chiesto perché fossi andato là e ho spiegato
per filo e per segno le premesse che vi ho scritto prima e delle
promesse che a mio avviso non erano state mantenute da parte della
famiglia di mia moglie, delle mancate risposte alle mail e le mancate
risposte alle richieste di trovare un accordo.
Dopo di che il clima
è cambiato: è iniziata, da parte del più anziano dei due
poliziotti, una serie di derisioni e di offese personali (che
vertevano sul fatto che io ci tenevo ancora alla mia famiglia, sul
fatto che non potevo aver capito mio suocero quando mi ha dato
l’appuntamento per la bambina e cose del genere dette per sminuirmi
nelle mie certezze).
E quindi si è
passati a delle azioni di pressione psicologica. Era diventato un
vero e proprio giudizio, quasi come ad essere al tribunale del
divorzio, dove giudicavano se i miei comportamenti fossero stati
adeguati, ma su fatti dei quali non sapevano nulla, su fatti anche
inventati, su ipotesi di reati mai commessi.
Difficile riportare
tutto, ma uno dei punti che davvero è stato inaccettabile è quando
il poliziotto anziano ha iniziato a dire, proprio apertamente e con
disprezzo che mia moglie non mi rispondeva perché “chissà cosa le
avevo fatto”, che la dovevo aver fatta davvero grossa per meritarmi
una risposta del genere. Non ci ho visto più. Ho portato avanti la
discussione finché non l’ho costretto a chiedermi scusa visto che
parlava su fatti che non sapeva (Non so come io ce l’abbia fatta,
ma ad un certo punto il poliziotto si è trovato con le spalle al
muro e l’ho costretto a scusarsi altrimenti non sarebbe finita
certamente lì). Ho poi fatto notare che il punto che mia moglie non
voglia farmi vedere la bambina nasce dalla situazione che lei non
vuole che mi riconosca fisiognomicamente in futuro, così sicuramente
l’affidamento non mi verrà mai assegnato. Ho quindi chiesto che la
finissero con tutti quei giochetti che lo sapevano anche loro il
motivo: funziona così in tutto il Giappone e che noi in Italia quel
modo di agire, lo chiamiamo rapimento (child abduction).
Per quanto riguarda
ancora il filone pressione psicologica, mi hanno iniziato a dire che
alla prossima volta che mi sarei presentato a casa di mia moglie mi
avrebbero arrestato, che quello che facevo era stalking, che non mi
avrebbero dato tregua eccetera.
Io li ho ripresi sul
fatto che avevo pianificato di vedere mia figlia nel pomeriggio, che
loro mi stavano trattenendo e che non erano riusciti a trovare una
minima soluzione al mio diritto di padre sposato (non divorziato) di
vedere mia figlia. Che mia moglie è malata e che non accettavo
illazioni di alcun tipo, che non è il loro compito giudicare, che
anzi, dovevano ancora giustificare il fatto per il quale io mi
trovassi lì.
Infatti, gli dicevo,
com’è possibile che uno suoni il campanello della casa della
moglie e in automatico due poliziotti escono da un’auto e fanno
partire tutto un rito ben definito. Significa che c’è stata una
pianificazione preventiva. Ho chiesto in base a cosa e a quali reati
c’era il mio trattenimento. Se erano procedure normali per gli
stranieri visto che non c’è alcuna restrizione definita da alcun
giudice nei miei confronti o che comunque, mi fosse stata comunicata
da alcuno.
Così ho fatto
sapere che io non me ne andavo se non avessi avuto:
- nomi, cognomi,
matricola di chi mi stava trattenendo; - un report in carta intestata
dal dipartimento di polizia dell’ora di entrata e dell’ora di
uscita, con riportato di ciò che mi era stato alluso, detto e
interdetto, cioè ad esempio che mi avrebbero arrestato; - volevo
sapere (nome e cognome) di chi aveva deciso PREVENTIVAMENTE che sarei
stato portato in dipartimento se mi sarei presentato (Perché quella
non può essere stata una procedura normale visto che l’altra volta
i fatti non si erano svolti nella stessa maniera. Qualcuno doveva
aver deciso questa cosa e quindi che ognuno si prendesse le sue
responsabilità).
Lì è iniziata
tutta una moina che ci avrà occupato almeno un’ora, ma anche di
più! Hanno detto che una cosa del genere loro non la possono fare,
che in realtà le loro erano delle ipotesi velate e che non è che
subito mi arresteranno, che in realtà loro parlavano in generale.
Io ho ribadito il
fatto che prima di tutto volevo il report per darlo al giudice del
divorzio perché fosse chiaro quanto collaborativa fosse la
controparte e dimostrare con carta ufficiale che mi è
sistematicamente impedito di vedere mia figlia, anche con la
connivenza delle autorità giapponesi.
Poi visto che non
erano state 4 ore di piacevoli chiacchiere in amicizia, volevo una
traccia di ciò che era accaduto e quando e di ciò che si era
trattato nel colloquio, visto che comunque io ho dovuto mostrare il
passaporto, che si sono fotocopiato, mi hanno guardato le carte che
avevo nella borsa, mi hanno fatto tutte le domande sui miei
spostamenti passati e futuri con alloggi vari e ho dovuto subire un
forte stress psicologico, che per aver suonato semplicemente un
campanello mi è sembrato davvero eccessivo, visto che avevo
avvisato.
Loro hanno detto che
potevano dettarmi i loro nomi e delle parti di ciò che era stato
detto. Io ho detto che mi andava bene se lo firmavano il documento. E
lì ancora mille problemi e a dire la verità mi è sembrato che ci
fosse anche un certa tensione.
Dopo è iniziato un
andirivieni dei due poliziotti (mentre la traduttrice è quasi sempre
rimasta con me). Da notare che quando ho chiesto di andare al bagno,
si sono mossi in una certa maniera e mi hanno scortato in un modo che
sottintendeva che se avessi voluto prendere le scale e andarmene non
avrei potuto.
Visto che io non
cedevo di un millimetro, ha iniziato a fare capolino dalla porta una
sorta di responsabile. Andava veniva, li chiamava. Non è mai entrato
e stava piuttosto lontano, come da evitare di avere rapporti con me,
come da non farsi ricordare e riconoscere. Io ho seguito tutti i
movimenti con calma. Solo che la stanchezza stava prendendo il
sopravvento su di me e anche un certo calo glicemico mi stava
sopraffacendo visto che io non avevo fatto pause da quando alle 11
della mattina ho iniziato a camminare per le varie attività
giornaliere fino a giungere, sempre a piedi, a Shiozawa da
Muikamachi, con giusto una sosta al Seven- Eleven per un piccolo
spuntino del pranzo.
La contrattazione
stava diventando difficile e per molti momenti rimanevamo in
silenzio. Stavo cercando un appiglio per portare a casa qualcosa. Mi
dicevano che avrei dovuto colloquiare con il dipartimento di Niigata
visto che gli è scappato che è stata un’azione coordinata con una
maggiore collegialità, ho visto come potevo fare. Ad un certo punto,
mentre mi parlavano, mi è suonato il cellulare, credo che foste voi
dell’Ambasciata. Gliel’ho detto che forse eravate voi. Ho chiesto
se gli risultava che vi avessero chiamato. Non capivo se loro
confermavano o se fossero presi alla sprovvista. Ho tentennato troppo
finché ho pensato di richiamare il prima possibile, visto che mi
sembrava scortese mettermi a rispondere ad una telefonata in quel
momento (forse ho sbagliato).
I poliziotti erano
stanchi e volevano andare a casa. La situazione era paradossale in
quanto uno vorrebbe uscire il prima possibile da quei posti e io non
mi schiodavo.
Finché in uno
scatto di reni, in un momento che la porta era rimasta aperta, ho
detto che volevo anche il nome e il cognome di quella persona
(indicando con il dito il responsabile). Questo, stizzito, ha quasi
gettato il biglietto da visita sul tavolo. L’abbiamo risolta così
che ho ricevuto i biglietti da visita, mi sono fatto dettare i nomi
in caratteri romani con la promessa che avrei fatto un report da solo
che vi avrei girato e che avrei comunicato la cosa al giudice del
tribunale della famiglia.
Persone coinvolte:
Tatsuya Oguma –
poliziotto giovane
Mitsy Norimaro –
poliziotto vecchio
Chiaru Homma –
traduttrice
Naoki Murayama –
responsabile
REPORT MATTINA DEL
07/02/18
La mattina del 7
febbraio a seguito dei fatti del giorno precedente, mi sono recato al
commissariato di Muikamachi. L’intento era di capire chi era il
responsabile dell’azione alla quale ero stato sottoposto il giorno
precedente e ottenere un report dei fatti e delle persone coinvolte.
La sera precedente ero stato costretto a soprassedere visto che la
stanchezza mi travolgeva.
Ho incontrato la
traduttrice già all’ingresso. Ho chiesto di parlare con quello che
io ritenevo il responsabile e cioè Naoki Murayama. Infatti volevo
capire se c’era qualcun altro sopra di lui, che stava coprendo (del
resto questi faranno carriera sulle mie spalle e quelle di mia
figlia). Inoltre, speravo di trovare una breccia per farmi fare da
mediazione per parlare quest’oggi con la famiglia di mia moglie.
Il colloquio è
stato basato su delle domande che ho scritto e che la traduttrice
riportava.
In breve. - Mi è
stato ancora rifiutato un report dei fatti accaduti; - E’ stato
ritrattato che ci fosse un’autorità a Niigata che dovevo
contattare per avere i dati richiesti e l’assegnazione delle
responsabilità; - Naoki Murayama si è preso tutta la responsabilità
dell’accaduto. Io gli ho detto che lo ritenevo anche responsabile
della detenzione, della violenza psicologica e delle offese che avevo
subito. Lui ha cercato di scaricare dicendo che io ero andato con
loro volontariamente ma non potendo negare che se mi fossi rifiutato
loro mi avrebbero portato lì lo stesso. Gli ho detto che quindi
sarebbe stato considerato come responsabile di fatto anche delle
azioni di sopruso e violenza psicologica perpetrate dai due
poliziotti. Non ha potuto togliersi la responsabilità.- Ha detto che
hanno agito così perché c’è stata una richiesta da parte della
famiglia Kawauchi. Io ho controbattuto che non possono fare violenza
psicologica alle persone perché qualcuno gli dice che ha paura; e
che poi non ha fatto nessuna azione di mediazione mi hanno soltanto
preso e sottoposto ad un interrogatorio piuttosto pesante. Lui ha
detto che è loro compito raccogliere le informazioni di entrambe le
parti. Io ho risposto che c’è una differenza tra raccogliere
informazioni e accusare e minacciare le persone. - Ho detto che avrei
mandato un report dell’accaduto alla corte di Nagaoka con lui come
responsabile. - Ho detto che avrei riportato (sempre legato al fatto
che non mi hanno dato un report dell’accaduto) di come lui si fosse
nascosto tutto il pomeriggio, di come sono riuscito ad arrivare ad
avere il biglietto da visita e di come mi è stato consegnato, quasi
gettato sul tavolo in modo stizzito. L’ho visto imbarazzato e ha
detto che come uomo delle istituzioni per loro il biglietto da visita
è una cosa molto importante e che non può avermelo dato in malo
modo (sicuramente non mi è stato dato con le due mani e l’inchino,
questo è poco ma sicuro). E che loro mi hanno dato il biglietto che
vale come il report che richiedevo. E allora ho chiesto perché
quando chiedevo chi erano e con chi stavo parlando, loro prima
volevano solo che scrivessi da solo a penna i loro nomi? Ha risposto
perché non avevo chiesto direttamente di avere il biglietto da
visita. Che loro lo danno normalmente a chi va a visitare il
dipartimento.
Ci siamo lasciati
chiedendomi se avrei avuto ancora intenzione di recarmi a casa di mia
moglie e cosa avrei fatto nelle ore successive. Ho risposto che non
ci sarei andato oggi (anche se me ne sono pentito) ma che sarei
sicuramente tornato in futuro.
LETTERA
ALL’AMBASCIATA
Punto della
situazione
Volevo solo far
emergere che il giorno dell’udienza mi è stato consegnato dalla
cancelleria del tribunale della famiglia di Nagaoka, un documento
compilato dall’avvocato di mia moglie e da lei stessa, con il quale
si ribatte alla mia comparsa di risposta.
Come da decisione
del giudice, in un mese dovranno mandarmi la traduzione di questo
documento e le deduzioni per quel che riguarda la giurisdizione
territoriale nel quale tenere il processo. Appena possibile, dopo che
arriverò in Italia, vi invierò il materiale.
Al punto 5 di tale
documento, viene riportato (almeno da come è stato tradotto in aula
durante il dibattimento) che mia moglie è stata ricoverata per
anoressia nervosa all’età di 18 o 19 anni (non ho capito bene),
fino ai 20 anni (per 2 anni?).
Questo ora ci/vi da
certezza di ciò che dicevo e che non sono solo mie supposizioni o
allusioni le mie insistenze sulla patologia di mia moglie.
Poi, sta a voi
approfondire (cosa che io ho già fatto) e considerare che queste
patologie non guariscono mai completamente (anche e soprattutto nella
anoressia nervosa dove la deprivazione di cibo riduce e altera in
modo troppo spesso permanente le funzioni cerebrali; nella bulimia,
visto che non c’è carenza nutrizionale, il problema è di
carattere minore anche se è presente un’alterazione del
funzionamento di determinati pathway cerebrali).
La remissione dei
sintomi della malattia segue molto spesso la ripresa del peso; ma i
sintomi non spariscono mai del tutto, con andamenti ondivaghi durante
la vita del malato e che si ripresentano in casi di forte stress.
Il messaggio che non
riesco a far passare, che ho cercato anche di far capire alla polizia
oggi e che spero voi mi aiutiate a far arrivare alla famiglia, al
Tribunale della famiglia e a Mutsumi stessa, è che io non voglio
separare la madre dalla figlia (sarebbe un guaio), cerco solo di
creare uno spazio di manovra per non lasciare che questa madre malata
travolga la vita della figlia con decisioni sconsiderate (Che non è
il fatto che mi escluda dalla sua vita, ma piuttosto che le imponga
dei modelli di vita che la bambina non riesca a perseguire. Io tra un
fermo di polizia, una suonata di campanelli e una mail all’avocato
e a voi me la cavo, ma quella bambina non può avere i mezzi per
difendersi).
Se il tempo di
permanenza in clinica è stato davvero di due anni, vi informo che
potrebbe essere stato un caso grave (e le conseguenze comportamentali
lo dimostrano). In Italia nei casi gravi, ma normali, si va dai tre
mesi ai sei mesi (ma lì dipende anche dal metodo di recupero
utilizzato ed è un raffronto che non ha molto senso).
Per il momento vi
saluto.
Andrea Meneghetti

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