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Tuesday, July 24, 2018

I met Police instead than Haruka

February, 6th 2018

Dear Mutsumi,
I just had a not so pleasant meeting with the police. About it will be a report that I will send to the Court and to the Italian Embassy. I hope that the Court will consider it as a sign of your attitude to collaborate since your lawyer during the process left open the chance of a meeting.  
It is still up my will to meet with Haruka. I am still around for a while. So I thought to pass tomorrow morning around 10. If I don't find anybody, I will pass around 18/19 in the evening. Let me know if it is ok for you.
I wait for an answer.
Bye.
Andrea 

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REPORT DEL POMERIGGIO 06/02/18

PREMESSA

Il giorno 2 febbraio, appena arrivato a Muikamachi ho informato via mail mia moglie che desideravo vedere mia figlia e che ero in zona e ci sarei rimasto quella serata, il giorno successivo e la domenica fino alle 16. Ho richiesto una risposta sul quando ci saremmo incontrati. La risposta non è arrivata nemmeno nella mattinata del giorno successivo sabato 3 febbraio.
Il giorno sabato 3 febbraio, quindi, nel primissimo pomeriggio, mi sono recato alla abitazione dei genitori di mia moglie per provare a vedere mia figlia. Ho suonato il campanello e mi ha risposto la madre di mia moglie che poi ha chiamato fuori il marito per parlarci. Chiaramente ho fatto capire che volevo vedere mia figlia Haruka e che sarei tornato il giorno successivo se non me l’avessero fatta vedere. Il marito mi ha detto che mi avrebbero fatto vedere la bambina lunedì all’udienza, a Nagaoka, e di non venire la domenica. Ho così rispettato la proposta.
Lunedì 5 febbraio la bambina non si è vista. Verso la fine del dibattimento ho chiesto al Giudice di vedere la bambina. Il Giudice si è rivolto all’avvocato di mia moglie per sapere se era possibile avere un incontro e lui ha risposto che sarebbe stato “difficile”.
A udienza finita ho informato l’avvocato di mia moglie che sarei passato nel pomeriggio di martedì 6 febbraio a vedere la bambina. Lui ha detto che non si poteva perché hanno paura. Io ho detto che non ci può essere nessuna paura visto che ho informato che passo e che hanno il tempo di prepararsi. L’avvocato ha detto che avrebbero chiamato la polizia, io ho detto che andava benissimo e che se non mi fosse stata fatta vedere la bambina, io poi sarei tornato a casa (presente la dottoressa Cometto).


I FATTI

Martedì, dopo pranzo, verso le 13 mi sono recato a piedi alla abitazione di mia moglie. Appena ho suonato il campanello, da una macchina grigia, senza stemmi, parcheggiata molto vicino alla porta d’ingresso della casa, sono usciti due poliziotti che mi hanno chiesto il nome e mi hanno chiesto di seguirli. Ho chiesto il motivo e mi hanno detto che era per parlare in sede dove c’era un traduttore visto che non riuscivamo ad esprimerci reciprocamente, nel modo più assoluto.
Mi hanno alloggiato in macchina e siamo partiti alla volta del dipartimento di polizia.
Arrivati in sede, sono stato scortato anche da altri 2 poliziotti fino all’ingresso. Mi hanno fatto salire delle scale portato in una saletta dove ci ha raggiunto la traduttrice.
In breve, inizialmente mi hanno chiesto perché fossi andato là e ho spiegato per filo e per segno le premesse che vi ho scritto prima e delle promesse che a mio avviso non erano state mantenute da parte della famiglia di mia moglie, delle mancate risposte alle mail e le mancate risposte alle richieste di trovare un accordo.
Dopo di che il clima è cambiato: è iniziata, da parte del più anziano dei due poliziotti, una serie di derisioni e di offese personali (che vertevano sul fatto che io ci tenevo ancora alla mia famiglia, sul fatto che non potevo aver capito mio suocero quando mi ha dato l’appuntamento per la bambina e cose del genere dette per sminuirmi nelle mie certezze).
E quindi si è passati a delle azioni di pressione psicologica. Era diventato un vero e proprio giudizio, quasi come ad essere al tribunale del divorzio, dove giudicavano se i miei comportamenti fossero stati adeguati, ma su fatti dei quali non sapevano nulla, su fatti anche inventati, su ipotesi di reati mai commessi.
Difficile riportare tutto, ma uno dei punti che davvero è stato inaccettabile è quando il poliziotto anziano ha iniziato a dire, proprio apertamente e con disprezzo che mia moglie non mi rispondeva perché “chissà cosa le avevo fatto”, che la dovevo aver fatta davvero grossa per meritarmi una risposta del genere. Non ci ho visto più. Ho portato avanti la discussione finché non l’ho costretto a chiedermi scusa visto che parlava su fatti che non sapeva (Non so come io ce l’abbia fatta, ma ad un certo punto il poliziotto si è trovato con le spalle al muro e l’ho costretto a scusarsi altrimenti non sarebbe finita certamente lì). Ho poi fatto notare che il punto che mia moglie non voglia farmi vedere la bambina nasce dalla situazione che lei non vuole che mi riconosca fisiognomicamente in futuro, così sicuramente l’affidamento non mi verrà mai assegnato. Ho quindi chiesto che la finissero con tutti quei giochetti che lo sapevano anche loro il motivo: funziona così in tutto il Giappone e che noi in Italia quel modo di agire, lo chiamiamo rapimento (child abduction).

Per quanto riguarda ancora il filone pressione psicologica, mi hanno iniziato a dire che alla prossima volta che mi sarei presentato a casa di mia moglie mi avrebbero arrestato, che quello che facevo era stalking, che non mi avrebbero dato tregua eccetera.

Io li ho ripresi sul fatto che avevo pianificato di vedere mia figlia nel pomeriggio, che loro mi stavano trattenendo e che non erano riusciti a trovare una minima soluzione al mio diritto di padre sposato (non divorziato) di vedere mia figlia. Che mia moglie è malata e che non accettavo illazioni di alcun tipo, che non è il loro compito giudicare, che anzi, dovevano ancora giustificare il fatto per il quale io mi trovassi lì.
Infatti, gli dicevo, com’è possibile che uno suoni il campanello della casa della moglie e in automatico due poliziotti escono da un’auto e fanno partire tutto un rito ben definito. Significa che c’è stata una pianificazione preventiva. Ho chiesto in base a cosa e a quali reati c’era il mio trattenimento. Se erano procedure normali per gli stranieri visto che non c’è alcuna restrizione definita da alcun giudice nei miei confronti o che comunque, mi fosse stata comunicata da alcuno.
Così ho fatto sapere che io non me ne andavo se non avessi avuto:
- nomi, cognomi, matricola di chi mi stava trattenendo; - un report in carta intestata dal dipartimento di polizia dell’ora di entrata e dell’ora di uscita, con riportato di ciò che mi era stato alluso, detto e interdetto, cioè ad esempio che mi avrebbero arrestato; - volevo sapere (nome e cognome) di chi aveva deciso PREVENTIVAMENTE che sarei stato portato in dipartimento se mi sarei presentato (Perché quella non può essere stata una procedura normale visto che l’altra volta i fatti non si erano svolti nella stessa maniera. Qualcuno doveva aver deciso questa cosa e quindi che ognuno si prendesse le sue responsabilità).
Lì è iniziata tutta una moina che ci avrà occupato almeno un’ora, ma anche di più! Hanno detto che una cosa del genere loro non la possono fare, che in realtà le loro erano delle ipotesi velate e che non è che subito mi arresteranno, che in realtà loro parlavano in generale.
Io ho ribadito il fatto che prima di tutto volevo il report per darlo al giudice del divorzio perché fosse chiaro quanto collaborativa fosse la controparte e dimostrare con carta ufficiale che mi è sistematicamente impedito di vedere mia figlia, anche con la connivenza delle autorità giapponesi.
Poi visto che non erano state 4 ore di piacevoli chiacchiere in amicizia, volevo una traccia di ciò che era accaduto e quando e di ciò che si era trattato nel colloquio, visto che comunque io ho dovuto mostrare il passaporto, che si sono fotocopiato, mi hanno guardato le carte che avevo nella borsa, mi hanno fatto tutte le domande sui miei spostamenti passati e futuri con alloggi vari e ho dovuto subire un forte stress psicologico, che per aver suonato semplicemente un campanello mi è sembrato davvero eccessivo, visto che avevo avvisato.
Loro hanno detto che potevano dettarmi i loro nomi e delle parti di ciò che era stato detto. Io ho detto che mi andava bene se lo firmavano il documento. E lì ancora mille problemi e a dire la verità mi è sembrato che ci fosse anche un certa tensione.
Dopo è iniziato un andirivieni dei due poliziotti (mentre la traduttrice è quasi sempre rimasta con me). Da notare che quando ho chiesto di andare al bagno, si sono mossi in una certa maniera e mi hanno scortato in un modo che sottintendeva che se avessi voluto prendere le scale e andarmene non avrei potuto.
Visto che io non cedevo di un millimetro, ha iniziato a fare capolino dalla porta una sorta di responsabile. Andava veniva, li chiamava. Non è mai entrato e stava piuttosto lontano, come da evitare di avere rapporti con me, come da non farsi ricordare e riconoscere. Io ho seguito tutti i movimenti con calma. Solo che la stanchezza stava prendendo il sopravvento su di me e anche un certo calo glicemico mi stava sopraffacendo visto che io non avevo fatto pause da quando alle 11 della mattina ho iniziato a camminare per le varie attività giornaliere fino a giungere, sempre a piedi, a Shiozawa da Muikamachi, con giusto una sosta al Seven- Eleven per un piccolo spuntino del pranzo.
La contrattazione stava diventando difficile e per molti momenti rimanevamo in silenzio. Stavo cercando un appiglio per portare a casa qualcosa. Mi dicevano che avrei dovuto colloquiare con il dipartimento di Niigata visto che gli è scappato che è stata un’azione coordinata con una maggiore collegialità, ho visto come potevo fare. Ad un certo punto, mentre mi parlavano, mi è suonato il cellulare, credo che foste voi dell’Ambasciata. Gliel’ho detto che forse eravate voi. Ho chiesto se gli risultava che vi avessero chiamato. Non capivo se loro confermavano o se fossero presi alla sprovvista. Ho tentennato troppo finché ho pensato di richiamare il prima possibile, visto che mi sembrava scortese mettermi a rispondere ad una telefonata in quel momento (forse ho sbagliato).
I poliziotti erano stanchi e volevano andare a casa. La situazione era paradossale in quanto uno vorrebbe uscire il prima possibile da quei posti e io non mi schiodavo.
Finché in uno scatto di reni, in un momento che la porta era rimasta aperta, ho detto che volevo anche il nome e il cognome di quella persona (indicando con il dito il responsabile). Questo, stizzito, ha quasi gettato il biglietto da visita sul tavolo. L’abbiamo risolta così che ho ricevuto i biglietti da visita, mi sono fatto dettare i nomi in caratteri romani con la promessa che avrei fatto un report da solo che vi avrei girato e che avrei comunicato la cosa al giudice del tribunale della famiglia.

Persone coinvolte:
Tatsuya Oguma – poliziotto giovane
Mitsy Norimaro – poliziotto vecchio
Chiaru Homma – traduttrice
Naoki Murayama – responsabile









REPORT MATTINA DEL 07/02/18


La mattina del 7 febbraio a seguito dei fatti del giorno precedente, mi sono recato al commissariato di Muikamachi. L’intento era di capire chi era il responsabile dell’azione alla quale ero stato sottoposto il giorno precedente e ottenere un report dei fatti e delle persone coinvolte. La sera precedente ero stato costretto a soprassedere visto che la stanchezza mi travolgeva.
Ho incontrato la traduttrice già all’ingresso. Ho chiesto di parlare con quello che io ritenevo il responsabile e cioè Naoki Murayama. Infatti volevo capire se c’era qualcun altro sopra di lui, che stava coprendo (del resto questi faranno carriera sulle mie spalle e quelle di mia figlia). Inoltre, speravo di trovare una breccia per farmi fare da mediazione per parlare quest’oggi con la famiglia di mia moglie.
Il colloquio è stato basato su delle domande che ho scritto e che la traduttrice riportava.
In breve. - Mi è stato ancora rifiutato un report dei fatti accaduti; - E’ stato ritrattato che ci fosse un’autorità a Niigata che dovevo contattare per avere i dati richiesti e l’assegnazione delle responsabilità; - Naoki Murayama si è preso tutta la responsabilità dell’accaduto. Io gli ho detto che lo ritenevo anche responsabile della detenzione, della violenza psicologica e delle offese che avevo subito. Lui ha cercato di scaricare dicendo che io ero andato con loro volontariamente ma non potendo negare che se mi fossi rifiutato loro mi avrebbero portato lì lo stesso. Gli ho detto che quindi sarebbe stato considerato come responsabile di fatto anche delle azioni di sopruso e violenza psicologica perpetrate dai due poliziotti. Non ha potuto togliersi la responsabilità.- Ha detto che hanno agito così perché c’è stata una richiesta da parte della famiglia Kawauchi. Io ho controbattuto che non possono fare violenza psicologica alle persone perché qualcuno gli dice che ha paura; e che poi non ha fatto nessuna azione di mediazione mi hanno soltanto preso e sottoposto ad un interrogatorio piuttosto pesante. Lui ha detto che è loro compito raccogliere le informazioni di entrambe le parti. Io ho risposto che c’è una differenza tra raccogliere informazioni e accusare e minacciare le persone. - Ho detto che avrei mandato un report dell’accaduto alla corte di Nagaoka con lui come responsabile. - Ho detto che avrei riportato (sempre legato al fatto che non mi hanno dato un report dell’accaduto) di come lui si fosse nascosto tutto il pomeriggio, di come sono riuscito ad arrivare ad avere il biglietto da visita e di come mi è stato consegnato, quasi gettato sul tavolo in modo stizzito. L’ho visto imbarazzato e ha detto che come uomo delle istituzioni per loro il biglietto da visita è una cosa molto importante e che non può avermelo dato in malo modo (sicuramente non mi è stato dato con le due mani e l’inchino, questo è poco ma sicuro). E che loro mi hanno dato il biglietto che vale come il report che richiedevo. E allora ho chiesto perché quando chiedevo chi erano e con chi stavo parlando, loro prima volevano solo che scrivessi da solo a penna i loro nomi? Ha risposto perché non avevo chiesto direttamente di avere il biglietto da visita. Che loro lo danno normalmente a chi va a visitare il dipartimento.

Ci siamo lasciati chiedendomi se avrei avuto ancora intenzione di recarmi a casa di mia moglie e cosa avrei fatto nelle ore successive. Ho risposto che non ci sarei andato oggi (anche se me ne sono pentito) ma che sarei sicuramente tornato in futuro.





LETTERA ALL’AMBASCIATA

Punto della situazione

Volevo solo far emergere che il giorno dell’udienza mi è stato consegnato dalla cancelleria del tribunale della famiglia di Nagaoka, un documento compilato dall’avvocato di mia moglie e da lei stessa, con il quale si ribatte alla mia comparsa di risposta.

Come da decisione del giudice, in un mese dovranno mandarmi la traduzione di questo documento e le deduzioni per quel che riguarda la giurisdizione territoriale nel quale tenere il processo. Appena possibile, dopo che arriverò in Italia, vi invierò il materiale.

Al punto 5 di tale documento, viene riportato (almeno da come è stato tradotto in aula durante il dibattimento) che mia moglie è stata ricoverata per anoressia nervosa all’età di 18 o 19 anni (non ho capito bene), fino ai 20 anni (per 2 anni?).

Questo ora ci/vi da certezza di ciò che dicevo e che non sono solo mie supposizioni o allusioni le mie insistenze sulla patologia di mia moglie.

Poi, sta a voi approfondire (cosa che io ho già fatto) e considerare che queste patologie non guariscono mai completamente (anche e soprattutto nella anoressia nervosa dove la deprivazione di cibo riduce e altera in modo troppo spesso permanente le funzioni cerebrali; nella bulimia, visto che non c’è carenza nutrizionale, il problema è di carattere minore anche se è presente un’alterazione del funzionamento di determinati pathway cerebrali).

La remissione dei sintomi della malattia segue molto spesso la ripresa del peso; ma i sintomi non spariscono mai del tutto, con andamenti ondivaghi durante la vita del malato e che si ripresentano in casi di forte stress.

Il messaggio che non riesco a far passare, che ho cercato anche di far capire alla polizia oggi e che spero voi mi aiutiate a far arrivare alla famiglia, al Tribunale della famiglia e a Mutsumi stessa, è che io non voglio separare la madre dalla figlia (sarebbe un guaio), cerco solo di creare uno spazio di manovra per non lasciare che questa madre malata travolga la vita della figlia con decisioni sconsiderate (Che non è il fatto che mi escluda dalla sua vita, ma piuttosto che le imponga dei modelli di vita che la bambina non riesca a perseguire. Io tra un fermo di polizia, una suonata di campanelli e una mail all’avocato e a voi me la cavo, ma quella bambina non può avere i mezzi per difendersi).

Se il tempo di permanenza in clinica è stato davvero di due anni, vi informo che potrebbe essere stato un caso grave (e le conseguenze comportamentali lo dimostrano). In Italia nei casi gravi, ma normali, si va dai tre mesi ai sei mesi (ma lì dipende anche dal metodo di recupero utilizzato ed è un raffronto che non ha molto senso).

Per il momento vi saluto.

Andrea Meneghetti


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